• Biblion Edizioni

L’anarchismo americano nel Novecento. Da Emma Goldman ai Black Bloc

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  • Autore: Pietro Adamo
  • Anno: 2016
  • Pagine: 322
  • Prezzo: € 34.00

La casa editrice milanese Franco Angeli ha recentemente pubblicato L’anarchismo americano nel Novecento, il nuovo lavoro dello storico Pietro Adamo. Al suo interno, lo studioso sembra non voler tanto (e solo) proporre una ricostruzione delle vicende politiche e ideologiche dell’anarchismo statunitense, quanto anche delineare una particolare lettura di queste stesse vicende prendendo le mosse da due presupposti essenziali. Da un lato, Adamo sottolinea a più riprese l’originalità e il radicamento della tradizione anarchica negli Stati Uniti, contraddistinta dalla capacità di recuperare e reinventare costantemente i “valori”, i «motivi ideali associati all’esperienza della formazione della nazione» (p. 14). Dall’altro, lo studio si struttura sul complesso rapporto tra la logica “classica” dell’anarchismo, dominante tra la seconda metà dell’Ottocento e la fine degli anni Trenta del Novecento e contraddistinta dalla centralità della rivoluzione e del riferimento alla classe operaia, e la logica “post-classica” dell’anarchismo stesso (p. 15). Con questa espressione, Adamo indica un ethos che, recuperando elementi marginali e minoritari dell’anarchismo “classico”, delinea una visione tendenzialmente gradualista e culturalista, pacifista e secessionista (nel senso di ritiro dalla società), individualista ed esistenzialistica, comunitaria e post-classista, sperimentalista e impolitica. Questo insieme di «valori e pratiche sembrano incarnarsi al meglio proprio nell’anarchismo specificatamente indigeno degli americani» (p. 17). Si tratta insomma di una “cultura politica” che converge con quell’“anarchismo senza aggettivi” proposto per la prima volta dall’anarchico cubano Tarrida del Mármol tra il 1889 e il 1890 (p. 55 e p. 59). Dunque, secondo lo studioso, a partire dagli anni Quaranta del Novecento (il turning point viene individuato nel 1948, p. 117), dopo l’esperienza dei totalitarismi e della seconda guerra mondiale, le «tendenze gradualiste, esistenzialiste e sperimentaliste marginali nel momento classico» diventano mainstream (p. 18) o quanto meno si presentano come il motore delle riflessioni più feconde e originali per l’anarchismo, che pertanto si fa progressivamente “post-classico”. Su tali basi, Adamo tratta ciò che rimane nella seconda metà del Novecento dell’anarchismo classico come qualcosa di residuale, tanto da parlare per esempio di «arcaismi neoclassici» (p. 262). Questa chiave di lettura spiega alcune scelte dell’autore che altrimenti potrebbero suscitare alcune perplessità nel lettore più attento. Infatti, il volume riserva solamente una piccola manciata di pagine all’esperienza dell’IWW, preferendo dedicare un intero capitolo a due figure di «originali, eccentrici rispetto ai paradigmi culturali dello stesso anarchismo» come quelle di Randolph Bourne e Albert Jay Nock (p. 83). Il rapporto tra “classico” e “post-classico” non deve essere tuttavia inteso in modo troppo schematico e semplicistico. A più riprese, infatti, Adamo sottolinea che in un certo senso le due “logiche” hanno convissuto (anche se in modo tormentato) presso alcuni esponenti di primo piano dell’anarchismo, come nel caso di Alexander Berkman ed Emma Goldman (p. 28). Inoltre, queste due “logiche” determinano differenti modi di osservare e valutare la realtà politico-sociale. Ciò emerge per esempio in una delle parti più interessanti del libro, specie per la stringente attualità all’indomani del G20 di Amburgo, dedicata al confronto sulle pratiche del Black Bloc tra gli esponenti del «ritorno del classicismo rivoluzionario» (p. 265) e i sostenitori della «prospettiva esistenziale e impolitica tipica dell’anarchismo post-classico» (p. 275). In conclusione, il lavoro di Adamo non può essere inteso come una sorta di manuale, una semplice introduzione all’anarchismo statunitense. Al contrario, si tratta di un lavoro che ha alle proprie spalle un complesso dibattito sulle prospettive dell’anarchismo e che, pertanto, pone (e si pone) significative problematiche politiche e culturali. Una marginale annotazione critica: Rudolf Rocker negli Stati Uniti non visse a Stelton (p. 125), che pure frequentò, bensì nella Colonia Mohegan. 

David Bernardini